II Domenica di Pasqua – Anno A

“Mio Signore e mio Dio!”

 Dal Vangelo secondo Giovanni,Capitolo 20, versetti 19-31

“ La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”.

Il brano evangelico che la liturgia ci propone oggi  si suddivide in tre brani: il primo riguarda l’apparizione del risorto (vv.19-23), il secondo l’incontro con Tommaso, otto giorni dopo (vv.24-29), il terzo è la ‘conclusione’ del vangelo di Giovanni.

In questi ultimi versetti Giovanni comunica che lo scopo di tutto il suo vangelo è di testimoniare il Signore, perché chi lo ascolta si apra alla fede e ad una vita di fede. Inoltre egli ci ricorda che tutto ciò che Gesù ha compiuto è un ‘segno’ che richiede di essere oltrepassato per aprirsi al mistero della Sua Persona ed aderire a Lui nella fede.

Nel primo brano (vv.19-23), Gesù appare finalmente ai suoi, ed è sera: il contesto notturno ci fa pensare alla durezza della prova e all’incredulità nella quale erano sprofondati i discepoli. Essi sono ‘nella notte’. Non dobbiamo immaginarci Gesù che passa attraverso i muri, dobbiamo piuttosto pensare che l’immagine voglia significare la chiusura del cuore, l’incredulità che il Risorto vince; è fondamentale riflettere sul fatto che “si fermò in mezzo a loro”: Egli è il centro della comunità, ed è lì che lo si può incontrare.

Presentandosi ai discepoli Gesù mostra le mani e il costato, non per dimostrare che non è un fantasma (come vediamo in Luca 24,39), ma per stabilire un legame tra le sue sofferenze e la sua vita da risorto.

I discepoli gioiscono nel vedere il Signore: è finalmente giunto il tempo della pienezza della gioia, che Gesù aveva promesso durante l’ultima cena: “..vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia”.

Passiamo ora ai versetti 24-29: Tommaso ha un’importanza particolare nel Quarto Vangelo, in quanto rappresenta il ‘tipo’ del discepolo generoso, fedele, realista, ma ottuso nel capire il mistero profondo di Gesù.

Tommaso ha come soprannome ‘Didimo’, che significa ‘gemello’, ‘doppio’. E’ dunque figura di doppiezza: in lui ognuno di noi può riconoscere le proprie ambiguità e doppiezze nella vita di fede.

“Otto giorni dopo”, vedendo il Signore, egli si convertirà e non avrà più bisogno di mettere le dita nelle piaghe, e neppure di vedere, perché la sua professione di fede andrà oltre ciò che vede; infatti esclama: “Mio Signore e mio Dio!” (v.28). Questa sua proclamazione di fede cristologia corrisponde al primo versetto del Prologo del Quarto Vangelo.

Al versetto 29 abbiamo la famosa affermazione di Gesù :”Perché  mi hai veduto tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Non si tratta dell’opposizione tra fede cieca e fede che vuole i miracoli, Egli mostra invece come esemplare, per noi che veniamo dopo, il cammino di fede di Tommaso: come lui bisogna arrivare a credere non solo alla risurrezione di Gesù, ma anche alla sua divinità.

Ma noi non potremo mai, come Tommaso ‘vedere’ il Signore corporalmente,  dovremo necessariamente passare attraverso la ‘mediazione’ della testimonianza di coloro che hanno creduto, si sono affidati a Lui e lo mostrano nella  vita di ogni giorno!

No! No, non arrenderti, affidati a Dio