VI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Mt. 5, 17-37

“ Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire ma a dare pieno compimento …  Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”.

Continua la nostra lettura del discorso della montagna. Dopo il brano dedicato alla nuova legge, quella delle Beatitudini, e alle caratteristiche del discepolo (sale della terra e luce del mondo), Gesù dichiara la sua posizione nei confronti di quello che era l’elemento fondamentale della religione ebraica: la Legge di Mosè.

L’amore che Gesù ha per gli uomini diventa ora la norma esigente e liberante che supera le anguste prospettive legalistiche degli scribi e dei farisei.

Le parole di Gesù assicurano che egli non è venuto ad abolire, ma a compiere la Legge. Gesù non si oppone alla Scrittura, ma alle interpretazioni e spiegazioni che di essa danno gli scribi. Il Suo Vangelo risale, sì, alla Legge, ma la supera dandole compimento.

Nel contesto dell’alleanza tutta la legge era considerata come espressione della volontà di Dio e Israele era tenuto ad osservarla non solo esternamente, ma con tutto il cuore. Al centro della legge c’erano i dieci comandamenti, che rappresentavano le linee fondamentali del comportamento all’interno della comunità. Non per nulla il decalogo al tempo di Gesù faceva parte della preghiera quotidiana dei giudei. A livello popolare era forte però (allora come oggi) l’inclinazione a interpretare in modo restrittivo i comandamenti, facilmente considerati come proibizioni di certi comportamenti, senza una precisa attenzione ai valori di fondo in essi delineati. Quindi Gesù, nel momento in cui raccomanda l’osservanza della legge mette in luce come i comandamenti, che ne rappresentano il centro e il motivo ispiratore, debbano essere interpretati in funzione dell’amore di Dio e dei fratelli.

Matteo ha raccolto nel nostro brano evangelico, una serie di “Ma io vi dico” di Gesù profondamente innovatori circa il significato di alcune pagine della legge. Gesù  non è dunque solo un ‘rabbi’ esperto  nelle tradizioni, ma il maestro e la guida universale per vivere una corretta relazione con il Padre.

Egli radicalizza il comando biblico “non uccidere” affermando che è già omicida chi dice ‘stupido’ o ‘pazzo’ al fratello (vv.21-22).

Dietro queste parole possiamo cogliere il tema della collera: il problema è l’uso che viene fatto di essa e il modo con cui viene gestita; perché la collera è anche rivelatrice, e ci aiuta a conoscerci meglio. Ma, come afferma Gregorio Magno, la collera non espressa può essere più dannosa di quella espressa: “Spesso l’ira chiusa nell’animo col silenzio ribolle con più veemenza e, pur senza parlare,forma voci violente “ (Commento a Giobbe).

I versetti 23-24 ci inducono a riflettere su come le relazioni umane siano il luogo del vero culto a Dio: il rito può essere interrotto per attuare la riconciliazione col fratello. Leggiamo nella Didachè: “Chi è in lite con il suo amico non si riunisca con voi finchè non si siano riconciliati, in modo che non sia profanato il vostro sacrificio”.

Un altro richiamo forte del nostro brano riguarda la proibizione di giurare (vv.33-37): il nostro parlare deve essere talmente vero da non aver bisogno di giuramenti: “Sia il vostro parlare Sì. Sì, No, no; il di più viene dal Maligno”.

L’umiltà è a fondamento dei rapporti tra gli uomini, e con essa la verità e la franchezza. Il Signore ha creato l’uomo dandogli la dignità della parola; per questo Gesù dice: “Sia il vostro linguaggio: sì, sì; no, no; il superfluo viene dal maligno “Egli vuole sottolineare che le parole hanno un peso, e non possono essere vane o ambigue. Attraverso di esse appare il cuore, come è vero per Dio stesso, mentre il maligno allarga la sua forza con la corruzione delle parole.

No! No, non arrenderti, affidati a Dio