Giovane e cristiano. Possibile? L’esperienza esemplare di Matteo.

È veramente possibile essere giovani e vivere da cristiani oggi? Guardandoci intorno, dentro e fuori dagli ambienti delle nostre comunità parrocchiali, l’ago della bilancia sembra sempre più tendere, quasi inesorabilmente, verso una risposta triste quanto sconsolante e insieme malinconica e nostalgica: no! O per i più coraggiosi: sì, ma è tutto molto difficile. Risale ormai a diversi anni fa, la pubblicazione di un libro dal titolo: «La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede». E non sembra che da allora la situazione sia migliorata, anzi forse peggiorata e col passar del tempo ancor più.

Certo, i parametri con i quali si può analizzare la situazione possono essere diversi, ma tutti legati ad una domanda problematica: da cosa si “misura” la fede di un giovane? E da qui una serie di altri quesiti: la sua frequenza in parrocchia? Il suo modo di pregare o la quantità di tempo che dedica alla preghiera? Il suo accettare le verità di fede e morale credute dalla Chiesa? O anche il suo riuscire a viverle? L’assiduità verso la celebrazione dei Sacramenti? La lettura della Bibbia o di testi di spiritualità? La sua ricerca intellettuale e spirituale di Dio? Il suo fare riferimento a Gesù? E a “quale Gesù”? Frutto di una lettura solo automa o aperta al confronto con l’esperienza e la tradizione ecclesiale? Gli interrogativi a questo riguardo potrebbero moltiplicarsi, considerando la vastità e complessità dell’oggetto da valutare.

Inoltre ogni storia e ogni scelta sono il frutto di variegate alchimie esistenziali e un conto è parlare della fede “dei” giovani e un altro di questo/questa giovane. Infine difficilmente è possibile rintracciare l’opera dello Spirito Santo, se gli strumenti lettura della realtà sono soltanto quelli della statistica, della psicologia, della sociologia e non la prospettiva di fede e il discernimento della comunità ecclesiale.

E allora vorrei proprio partire da qui. La fede nel cuore di un giovane ha la sua sorgente nella sua interiorità, nella sua vita, ma è importante tener presente che ciò è possibile perché questa interiorità, questa vita stanno a cuore a Dio! I nostri giovani, ogni giovane è amato in modo appassionato e concreto da Dio! E al di là delle tante variabili sopra accennate, anche attraverso l’impegno della Chiesa, sempre segnato dai limiti e dalle contraddizioni, personali e strutturali, non si può prescindere dal riconoscere che l’initium fidei, così come il suo sviluppo e la sua maturazione sono opera del Dio di Gesù Cristo. E quando questo seme, cade sulla terra buona, porta frutto: «spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno» (Mc 4,8).

Un seme è caduto, ha germogliato, è cresciuto e si è moltiplicato nella vita di un giovane della nostra terra. A Brindisi non ci sono solo strade, sassi, spine… dove il seme cade senza giungere a maturazione. C’è anche… il giovane Matteo. Un giovane credente!

Il monaco Enzo Bianchi è solito distinguere tra creduli e credenti. Il credulo è un credente ingenuo (nel senso meno nobile del termine). Uno cioè che non ha attraversato i “deserti” della fede (di biblica memoria), dove essa è messa alla prova. Non ha preso sul serio l’anti-fede o l’incredulità che lo abita. La sua fede non si è messa alla ricerca dell’armonia e dell’equilibrio, come realtà sempre fragili, vulnerabili, in bilico. Si arrangia, si accontenta, raggomitolato su false sicurezze, consuetudini, pregiudizi, automatismi. Il credente, come Abramo, scala il monte della fede, sentendo la fatica dei passi, pesanti, non tanto per la ripidità delle salite, il terreno accidentato sotto i piedi, quanto per l’esigenza di sacrificare il figlio Isacco, l’unico figlio amato, avuto in vecchiaia. Il credente prende sul serio il fatto che Dio è libero, Dio interpella, chiede, parla, e può lasciare anche spiazzati e spaesati e trovarci, a volte, impreparati a questo. Ma dentro questo travaglio: «Sul monte, il Signore provvede»!

Matteo, in questo senso è stato un giovane credente, che armonizza con equilibrio le dinamiche umane proprie della sua età e quelle spirituali. Questo dialogo, profondamente incarnato in lui, lascia trasparire la concretezza e la storicità dell’opera di Dio nella sua vita. Matteo non fa sconti alla fede per esigenze puramente umane, né mette al margine la sua umanità per un’apparente adesione di fede. Vive la sua condizione di giovane cristiano nella fiducia in una sintesi ricercata, desiderata come possibile e buona. La fede in Gesù è un gioco? Uno scherzo? Una fantasia? No, è un fatto serio! E se credere in Gesù è un fatto serio, Matteo impegna la vita per lui, senza mezzi termini!

Come può avvenire questa sintesi? Grazie ad una spiritualità del cuore. Matteo si è talmente dedicato a questa disposizione d’animo che lascia trasparire la profondità con cui vive e crede, tanto da acquisire autorevolezza e diventare un punto di riferimento per i suoi familiari, amici e conoscenti. Matteo si chiede costantemente: cosa c’è nel cuore? Cosa lo riempie e cosa lo svuota? Cosa lo rende leggero o pesante? Chi può arricchirlo, cosa invece lo impoverisce? L’ascolto del cuore o «delle parole dell’anima» è garanzia per una vita autentica. In questo senso anche un piccolo gesto di bene, vissuto con sincerità e intensità, diventa una grande gioia. Oppure una privazione, per fare elemosina, diventa una ricchezza. È il primo a voler offrire la sua «goccia d’amore» e invita gli altri a fare altrettanto per creare un oceano d’amore.

Nella costruzione della sua identità di giovane credente, Matteo ha imparato ad accettare il quotidiano con le sue esigenze, le sue richieste e riconoscere in questo la volontà di Dio da accogliere nella pace. La bellezza giovanile e affascinante di questo tratto di Matteo è che la sua attenzione non è mai puramente introversa, come conquista di una perfezione tutta sua e basta, ma è sempre tensione estatica verso Dio e verso le persone vicine. La gioia di vivere è solo una: la comunione con Gesù. E Matteo punta tutto su di lui, tutto senza riserve!

Matteo, alle prese col suo quotidiano, si interroga seriamente su quale sia la volontà di Dio per la sua vita e non lo fa in modo astratto o generico. Conosce e individua bene la meta: iniziare ad intraprendere una decisione. Matteo è consapevole che a volte questo continuo lavoro interiore può comportare fatica. Ma questa è la prova della verità di un cammino serio e impegnativo. La perseveranza e la determinazione di Matteo emergono dal fatto che sa abitare la sua fatica, ci sta dentro, senza fughe, compromessi o sconti. In questo percorso di crescita sente Dio vicino a lui che lo chiama, lo incoraggia, lo sostiene. E sa anche bene che Dio non si sostituisce alla sua libertà e responsabilità e anche nella fatica è invitato ad “accucciarsi” umilmente tra le braccia di Dio. «Non c’è giorno in cui non pensi a Lui ed ai progetti che ha preparato per noi».

Nella premessa al suo diario Matteo descrive la sua vita segnata anche dalla malattia come un’avventura al confine tra sogno e realtà. Certamente per chi legge la sua storia soltanto con gli occhi umani essa potrà apparire come un sogno, una rappresentazione o una finzione edificante. Ma per chi crede e vive di fede la sua è veramente un’esperienza che lo stesso Matteo definisce «spettacolare». Sembra di poter ascoltare un’eco delle parole dell’Apostolo Paolo che afferma di essere diventato «spettacolo» (1 Cor 4,9). Non è lo spettacolo di ostentazione o di chi è in ricerca di successo, ma quello di chi, come Matteo, sperimenta il paradosso di riconoscersi piccolo e debole eppure vedere la propria esistenza abitata dalla grazia soprannaturale di Dio.

La fede nel Dio vivo e presente è avvertita da Matteo con le sue esigenze e la sua forza: è «la fede che si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6). Una fede puramente di appartenenza «non basta […] gli uomini devono darsi da fare […] non possiamo accomodarci solo perché siamo gente di Chiesa». In questo modo ha fatto suoi gli insegnamenti di Gesù, sottolineando col suo impegno personale che è importante che la fede prenda forma e vita attraverso l’amore, volendo coinvolgere anche i suoi familiari nei gesti di carità (Cf Lc 11,39-42; 21,1-4; Gc 2,14-26). Egli stesso afferma che la sua fede è l’amore, siamo al mondo per amare e per un progetto d’amore di Dio; «l’Amore […] è lo scopo della vita di ognuno […] si può raggiungere quest’obiettivo solo crescendo insieme a Dio». Questa fede che vive è percepita da lui come un dono gratuito, un appello del Signore alla sua libertà, si riconosce scelto, chiamato. Anche le verità di fede non sono solo concetti astratti, ma esperienze da vivere. Matteo vive una fiducia sconfinata in Dio, che non delude mai. Attraverso questa fede acquista uno sguardo nuovo sulla sua vita. Potremmo dire che fissa il suo sguardo in Dio e si lascia guardare da lui, vuole vedersi come Dio lo vede. Solo in quello sguardo c’è la verità. Matteo desidera essere come uno specchio limpido e trasparente a questo sguardo di Dio e degli altri, per riflettere in loro la luce divina.

Un passione che avvince il cuore di Matteo è quella di poter sempre più condividere con gli altri la sua fede. Egli constata con preoccupazione che la fede oggi è ostacolata dalla «difficoltà ad andare contro corrente» e la mancanza di attenzione degli adulti, nell’educare alla vita cristiana. E comincerà lui, da giovane verso i giovani, a mostrare la sua personale attenzione per loro. Avrebbe potuto far finta di niente, dopotutto poteva essere un aspetto secondario rispetto allo studio, al gioco, allo sport, al tempo libero, alla musica… Perché è così importante condividere anche la fede? Credo che Matteo percepisca di non poterne fare a meno per se’. Ma anche perché coltivando affetto, amore e attenzione smisurata verso gli altri sentiva che il bene più grande che poteva offrire loro era non solo la sua amicizia, la sua solidarietà, ma anche il suo amato Gesù!

Un evento particolare che colpisce Matteo è la morte del Santo Padre Giovanni Paolo II. Matteo non cede ad una visione riduttiva proposta dalla propaganda mediatica. Sa cogliere il cuore del messaggio e del ministero del Pontefice. Da questo evento scaturisce una riflessione sulla morte come ultimo atto di abbandono e affidamento in Dio, la definitiva trasformazione dell’essere di un uomo, nell’amore divino. Molto spesso i giovani rispetto al pensiero della morte, restano schiacciati e a volte disperati, perdendo anche la fiducia in un Dio ch’è Padre e Amore. Per Matteo invece, il bene e l’amore che il Papa ha vissuto raggiungono in Dio la loro pienezza, il loro supremo compimento e diventano per noi cristiani che restiamo sulla terra, esempio di vita da imitare. Matteo vive nell’ottica della speranza cristiana. Basta affermare che è un adolescente e condivide la storia e la condizione dei suoi giovani coetanei. Per tanti di loro, spesso, la vita è legata alla ricerca di piacere, al divertimento, al successo e all’immagine. Invece lui ha già gustato tanto di Dio in questa vita e guarda alla vita eterna (che chiama la «vera vita») come il compimento pieno e perfetto di ciò che ha cominciato e sperimentare. Se vivere di fede è tanto bello nella vita presente, quanto più grande sarà la pace di Dio e del Paradiso. Un’immagine che Matteo usa è quella del vivere «con gli occhi al cielo». Sì, ma non con la testa tra le nuvole! La speranza è legata ad un impegno: cercare di essere veramente tutto del Signore, fino a sciogliersi d’amore davanti a lui. La speranza non è spirito d’ottimismo, ma essere trasformati in amore. In questo senso la speranza origina, motiva e orienta anche la testimonianza.

La vita terrena del giovane Matteo si è consumata presto, ma il fuoco che ha acceso, la scia di bene e di fede che ha lasciato passando, restano e resteranno incancellabili e per sempre giovani, com’è lui: giovane e cristiano.

Don Marco Candeloro

No! No, non arrenderti, affidati a Dio